La Solitudine del binarioIl fischio metallico di un freno lontano aveva strappato via ogni eco, lasciando solo il silenzio denso e oleoso di una stazione a sera inoltrata.
Sul binario, una donna seduta teneva lo sguardo fisso, non sul treno fermo, ma su qualcosa che aveva lasciato o che forse non avrebbe mai raggiunto. Il uso borsone non conteneva vestiti o oggetti, ma solo il peso indigeribile dell’attesa. La testa era leggermente inclinata, un gesto di arrendevolezza davanti al tempo che scorreva lento e inesorabile.
Dall’altro lato, un altro viaggiatore era un’ombra ricurva, un tutt’uno con la sua bicicletta. Una sagoma che non aveva fretta di partire, perché la destinazione non prometteva nulla di meglio della partenza stessa. La bicicletta, simbolo di libertà, era ora appoggiata, addormentata, come a significare che la strada, anche quella più aperta, finiva sempre qui: su una panchina di cemento.
Le luci fredde sotto la tettoia illuminavano il vuoto tra i due. Erano così vicini, separati solo da pochi metri, eppure così distanti, ognuno chiuso nella propria bolla di sospensione. Due atomi isolati in un universo di metallo e cemento, in attesa che un treno, non importa quale, decidesse di muoversi e di portarli via.
Perché a volte, la solitudine non è non avere nessuno, ma essere circondati da tutto ciò che sta andando via.