C’è un’ora magica a Pisa, quando i libri si chiudono e la città si riversa lungo il fiume. È il momento in cui l’Arno smette di essere solo acqua per diventare luce liquida, e le famose “spallette” si trasformano nel divano più lungo e democratico del mondo. Sedersi qui, con le gambe a penzoloni verso la storia, è un rito di passaggio per ogni studente, un’abitudine irrinunciabile per ogni pisano.
In questa immagine, il sole basso regala alla città una veste d’oro antico, esaltando quella bellezza “austera e viva” che colpì poeti come Tristano Bolelli. I palazzi nobiliari, testimoni silenziosi di secoli, fanno da quinta teatrale a scene di vita quotidiana: chiacchiere, risate, amori che nascono o si consolidano davanti a un tramonto che non è mai uguale al giorno prima. Fabrizio Caramagna ha colto perfettamente questo spirito: “Del lungarno di Pisa amo la quiete raccolta e le aspettative che respirano felici mentre l’acqua scorre sorridente”.
Non serve molto per essere felici qui: basta la compagnia giusta, la luce che accarezza i mattoni tiepidi e la consapevolezza di essere nel cuore pulsante di una città che, nonostante la sua gloriosa storia, rimane eternamente giovane grazie a chi la vive ogni giorno.
