Sotto la pensilina della stazione di Pisa Centrale il tempo scorre in due modi diversi. Da una parte quello dei viaggiatori, scandito dagli orari dei treni, dai passi veloci, dagli annunci che chiamano altrove. Dall’altra un tempo immobile, fatto di coperte ripiegate, di un carrello della spesa che custodisce un’intera esistenza, di teli stesi tra le colonne come pareti fragili di una casa che non esiste.
Questa fotografia in bianco e nero non cerca volti. Lascia ai senzatetto la dignità dell’assenza e ci mostra soltanto ciò che resta: oggetti, giacigli, piccoli rifugi costruiti a pochi metri dai binari. Eppure proprio in quel vuoto la presenza si fa più forte, impossibile da ignorare.
La striscia sul marciapiede segna il confine di sicurezza, ma esistono confini invisibili molto più profondi: quelli che separano chi parte da chi resta, chi ha una destinazione da chi non ha più un indirizzo. Le rotaie corrono parallele, vicinissime, eppure destinate a non incontrarsi mai. Così, spesso, accade anche tra noi.
Quante volte siamo passati accanto senza vedere? Quante volte la fretta ha deciso per noi dove posare lo sguardo?
Fermarsi un istante, guardare davvero, è già un gesto di umanità. Dietro ogni coperta c’è una storia, un nome, un passato fatto di affetti e di cadute, che merita rispetto e non indifferenza. E forse la stazione, luogo di passaggio per eccellenza, è il posto giusto per ricordarci che nessuno dovrebbe restare fermo ai margini del viaggio.
